Parole di fine anno aspettando che Crisi compia 10 anni

Tra qualche settimana entreremo nel 2018. Bambini che compiranno nell’anno nuovo 10 anni saranno nati e cresciuti accompagnati dalla crisi, dalla sua onda lunga, dalla ripresa lenta .

E mentre leggo l’ennesimo post dell’ennesimo gruppo su Facebook in cui qualcuno chiede quanto farsi pagare un preventivo e qualcun altro risponde proponendo il suo webinar sul tema a soli 50€, non riesco a fare a meno di pensare che avrei potuto vivere nell’era della condivisione davvero, se solo il contesto fosse stato migliore. Se fossimo stati un po’ migliori.

Sarà che mi è capitato nell’ultimo anno di raccontare a dei 18 enni – ma anche a dei 24 enni – che c’è stato un tempo in cui si aprivano blog senza pensare di farci dei soldi. Un tempo in cui chiedevi su Twitter un suggerimento per un applicativo che ti aiutasse a fare qualcosa e zac, ti rispondevano in dieci senza ricordarti che per imparare quella cosa avevano studiato 10 anni.

“Sono cambiati i mezzi” potrebbe dire qualcuno.

“È colpa di Zuckerberg” qualcun altro.

Non avrà nessuna valenza scientifica, ma ecco che penso che invece, tristemente, siamo un po’ cambiati noi. Dove con “noi” intendo quel pezzo piccolo, piccolissimo d’Italia che per primo prendeva tra le mani strumenti nuovi e provava a vedere cosa permettevano di fare, gente nata negli anni ’70, qualcuno negli anni ’80, che sapeva qualcosa di qualcosa e si poteva finalmente permettere un’ADSL.

Continua a leggere

Annunci

Di quando un anno fa decidevo di tornare all’università

Un anno fa, giorno più giorno meno, mi sono rimessa a studiare.

Occorreva fare un colloquio d’ammissione per iscriversi alla laurea magistrale a cui avevo puntato e mi son detta “Bene. Se riesco a leggere i tre testi previsti dal programma, se riesco a capirci qualcosa, se riesco ad essere sufficientemente convincente coi docenti a colloquio, ecco, allora mi iscrivo.”

Avevo all’epoca un contratto di lavoro part time a tempo indeterminato -mi occupavo di comunicazione nel settore dell’automotive – di cui percepivo, in ogni caso, prossima la fine: certo, non sapevo la fine si sarebbe manifestata proprio di lì a 2 mesi, ma l’esperienza mi insegnava che era bene non farsi trovare impreparati. Perché succede così quando si perde un lavoro: ci si ritrova impreparati, anche quando si tratta di un contratto a tempo determinato. Impreparati a gestire il proprio tempo, le proprie paure, ci si ritrova a farsi andar bene qualsiasi cosa, a ritenere il meglio per sé ormai impossibile.

Continua a leggere

Della memoria e della politica

La primavera è per me ogni anno il tempo del respiro. Respiro tutta l’aria che posso e corro senza correre, dietro ad eventi che si susseguono, spesso rendendomi colpevole del loro capitare. Ma è il momento in cui l’aria è più bella, in cui è maggiore la voglia di uscire, in cui i buoni propositi si riescono a tirare fuori dalle tasche e si provano a mettere in atto. In piazza quando occorre. E ogni tanto sì, occorre.

Così il 19 marzo assieme a Tiziana, Claudio e a varie associazioni di Vercelli abbiamo letto sotto i portici del municipio di Vercelli un po’ di storie di vittime innocenti delle mafie. Lo abbiamo fatto in preparazione del 21 marzo, la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie che Libera porta avanti ormai da anni, lavorandoci per un bel po’ di ore del nostro tempo libero, andando a caccia di materiali, contatti, trasformando in azione il nostro bisogno di condividere un atto di memoria.

Continua a leggere

prediche inutili luigi einaudi

Quando traslocare, in Italia, era vietato

Mi è capitato tra le mani in questi giorni Prediche inutili, una raccolta di saggi e testi scritti da Luigi Einaudi, pubblicato nel 1959. In questo libro Einaudi racconta un po’ di tutto con gli occhi sul presente del suo tempo e questo rende molte delle 400 pagine, per me, lettrice random, una sorta di scatola magica di informazioni da approfondire.

C’è un Italia di cui non avevo mai sentito raccontare in quelle pagine e son dovuta ricorrere  agli archivi storici della Camera per capirne qualcosa di più.

Fino al 1961 erano in vigore in Italia due leggi, una del 1931 e una del 1939, che facevano sì non si potesse prendere la residenza né iscriversi all’ufficio di collocamento nel comune desiderato. Occorreva dimostrare di possedere un’occupazione stabile nel comune ove si intendeva andare a vivere per potervici trasferire: no, negli anni ’50 la stabilità occupazionale non era affatto una cosa normale e il “posto fisso” neppure.

A leggere di queste leggi e delle conseguenze che ebbero su migliaia di italiani nel secondo Dopoguerra, mi è sembrato di capire un po’ meglio la lentezza e la cecità con cui si vive il tema delle migrazioni oggi in Europa.

Continua a leggere

La vita degli altri

Quando cambi città c’è un tempo indefinito in cui puoi scegliere: o impari a memoria le tue quattro mura o ti infili in mezzo alla vita degli altri. E ti senti un po’ come in quel film dove il protagonista ascolta le storie altrui, solo che gli altri in questo caso spesso ne sono consapevoli e, anzi, a volte ti fanno i riassunti.

Come lo capisci altrimenti un luogo?

Come la identifichi altrimenti una comunità?

A volte trovandomi ad assorbire le storie altrui mi sento un po’ ladra, per età o geografia. Chi sono io per meritare la tua storia? Forse lo capisci, tu, altro, che ne ho bisogno? O forse io servo a te per naturale e istintivo bisogno di collocare gli elementi estranei dalla parte della tua storia prima che ne prevalga in loro un’altra?

In questi giorni qualcuno in città si è indignato per alcuni nuovi parcheggi temporanei tracciati dal comune all’interno di un viale normalmente attraversabile solo a piedi o in bici. Ho dovuto leggere fior fior di interventi su Facebook per capire le ragioni dell’indignazione trascritta sui social. Quel pezzo di città per me brutto, tanto più adesso, con gli alberi spogli e i rami storpiati da anni di pessime potature che la sera o quando il cielo è grigio gridano vendetta, è per molti un luogo bello, un luogo legato ad un passato di giochi, uno spazio di loro storie per nulla scontate o ovvie a chi lo guarda in una qualsiasi giornata d’inverno. Lì dove la città ha inizio, subito dopo la stazione, per qualcuno le auto (o meglio, le strisce tracciate per terra) hanno rappresentato la bruttezza innestata in una bellezza provata, sedimentata, che in qualche modo appartiene al ricordo collettivo. Non conservata, forse (altrimenti passarci la sera sarebbe forse un’esperienza piacevole e in generale vederne una fotografia susciterebbe condivise emozioni positive), ma di certo presente in qualche frammento di memoria.

Per me che riesco a guardare quei parcheggi soltanto attraverso parametri molto più generali quelle strisce in terra blu rappresentano soltanto un tentativo di resistenza da parte di una categoria che continua a trovare fuori da sé la causa dei suoi guai – e per questo li accetto e li capisco come (insignificante) conseguenza del nostro tempo. Niente di indelebile ed eterno, niente di simbolico, per me, oltre al valore simbolico che ha il costante discutere di posti auto in quel di Vercelli (e se si parlasse ogni tanto di posti di lavoro anziché auto? I parcheggi, creati i primi, ho come l’impressione che si moltiplicherebbero).

E mentre rifletto su questa storia, o meglio, sul fatto che non riesco davvero a sentire e farmi coinvolgere dall’unica occasione di contestazione con tanto di evento artistico in programma da che sono qui, mi domando se vani sono stati gli sforzi di provare ad essere ramo d’innesto. O forse sono solo infinite le storie che ancora dovrò ascoltare? O forse dopo una certa età si è segnati per sempre dal bagaglio che ci si porta dietro da riuscire a capire solo in parte i luoghi nuovi?

[Qualche anno fa partecipai ad un incontro pubblico dove Gabriele Centazzo, imprenditore illuminato, all’epoca del racconto ancora a capo di Valcucine, aprì una riflessione sulle potature di comodo lungo i bordi delle strade e sulla bellezza che riparte anche dal riconoscere le forme della natura. E così mi sono resa conto che certe figure mostruose non è la natura a crearle, ma l’uomo che lascia fare all’uomo, perdendo di vista la bellezza. Poi ci si può anche arroccare tra miti del passato e ricordi, ma diventa sempre più difficile al resto del mondo capirli quando di loro si lascia che restino solo moncherini levati al cielo.]

“Non ho che te”. Col cavolo.

Premessa: tra le tante cose di cui capisco poco, pochissimo, c’è la musica. Però le parole le capisco abbastanza. E nonostante la mia dichiarata ignoranza musicale ecco che ho pensato di condividere questa mia analisi perché magari parliamo di una canzone che ha ingannato non solo me.

La prima volta che ho ascoltato

“Non ho che te,
non ho che te,
che cosa ho fatto per meritarmi tanto.
Non ho che te,
non ho che te
ti chiedo scusa se non ti darò abbastanza,
ti chiedo scusa se ti chiederò pazienza”

mi son sentita, ecco, coinvolta. “Toh, ma vedi che bravo il Ligabue, una canzone che un po’ mi riguarda.” Così da brava disoccupata com’ero in quel momento l’ho fatta ascoltare al mio fidanzato.

“E’ una canzone tristissima” mi ha detto “Non è bella, è triste.

Continua a leggere

Senza oneri per lo Stato

Credo di aver partecipato ad enne manifestazioni contro il finanziamento delle scuole private da ragazza. Poi uno dei miei riferimenti politici sul tema ha ricoperto il ruolo di Assessore regionale all’istruzione e ci ha spiegato che sì, poteva contenere i fondi da destinare alle scuole private paritarie, ma no, contrariamente a quanto avevamo per anni creduto, a quanto aveva per anni sostenuto, eliminare di punto in bianco i finanziamenti alle scuole private non lo poteva fare neppure lui.

“Ma come! E l’articolo 33 della Costituzione dove lo mettiamo? ...Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato…

Ma la Costituzione non è una raccolta di slogan.

Continua a leggere

Gironzolando per Expo, a Milano, nel luglio del 2015

Ho passato una settimana ad Expo, a Milano, al padiglione di Slow Food durante la settimana più calda di questo caldo luglio 2015.

Il padiglione Slow Food sta proprio in fondo: per arrivarci, entrando dall’ingresso principale, occorre usare la navetta o percorrere tutta la strada principale, fino all’ultimo padiglione, fino alla fine dell’ombra. Basta avere il coraggio di fare quei 10 metri sotto il sole che scotta per arrivare al padiglione della chiocciola, ma diciamocelo, son 10 metri che non tutti hanno il coraggio dopo i 2 km passati tra un pezzo di mondo e l’altro.

Ma io ci ho visto arrivare in 5 giorni: una ragazza giovanissima che cura la pagina Facebook di Slow Food Cina, un signore che fu tra i primi iscritti di Slow Food USA, un paio di ragazze statunitensi che portano avanti progetti per aiutare i bambini denutriti che vivono nel loro Paese ed erano alla ricerca di nuove idee. Ho sentito le storie di due ragazzi che hanno trasformato un allevamento intensivo di suini in un’azienda agricola diversificata fuori Milano, quella di quattro ragazzi che si sono messi a coltivare oltre venti varietà di patate in Valle d’Aosta, quella di un gruppo di maturandi di Fermo che ha studiato un sistema per creare una sorta di spettro sensoriale della mela rosa dei Monti Sibillini, presidio Slow Food, per identificarne le caratteristiche peculiari rispetto alle mele più comuni e un ragazzo australiano che, trovata la sua vocazione lavorativa in quel di Pavia ha dato voce alla storia del salame dell’Oltrepò Pavese.

Continua a leggere

Il fattore francobollo

Alle 18.30 di un pomeriggio d’estate sono andata all’Ufficio Postale per comprare cinquanta francobolli. Sapevo da una precedente esperienza o forse, più probabilmente, da una storia origliata, che alle Poste si può “ormai” pagare tutto con il bancomat o la carta di credito, ma non si possono pagare i francobolli. A Pordenone esiste (o forse esisteva) uno specifico sportello filatelico aperto solo al mattino, ma non avendolo individuato in quel di Vercelli mi sono detta che forse, dei francobolli normali, di serie, si potessero trovare ad ogni ora.

Avrei dovuto andare subito da un tabacchino ma “chissà” mi sono detta “se di questi tempi tengono ancora i fogli di francobolli o ne hanno solo qualcuno”.

Alle Poste l’impiegata allo sportello mi ha confermato che si possono pagare soltanto in contanti e che

“Lo sportello filatelico è chiuso al pomeriggio.”

Esiste anche a Vercelli insomma, che io l’abbia visto o meno.

Continua a leggere

Tentativi di Resistenza

Siccome oggi faceva davvero troppo caldo ho infilato le ciabatte e mi sono rifugiata all’ANPI. La sede dell’ANPI a Vercelli è un posto umido, un po’ gelato d’inverno, ma decisamente ottimo d’estate: con la finestra aperta ad asciugare un po’ la stanza si è creato un microclima perfetto.

Sì, bisogna dirlo: evviva i muri dei palazzi antichi e un po’ decadenti capaci di garantire la sopravvivenza in condizioni di reale necessità.

All’ANPI in fondo c’è quasi sempre qualcosa da fare: per un po’ di mesi mi sono occupata di digitalizzare l’elenco degli iscritti, poi si è trattato di dare una mano alla raccolta dell’elenco dei partigiani ancora in vita e oggi abbiamo condiviso la risposta positiva del Comune per poter procedere alla ristrutturazione di una lapide che ricorda una partigiana caduta in città. Una ditta che si occupa di marmi si è offerta di sostenere il restauro dopo che un giornalista locale ne aveva evidenziati evidenti problemi di conservazione, ma mancava l’autorizzazione finale arrivata oggi per procedere. La memoria non solo ha bisogno di studio e lettura, ma anche di cura costante e attenzione di tutti e questa piccola storia è uno di quegli esempi belli che fanno brillare questa città di un po’ di luce speciale. Continua a leggere