Caro Pokemon, con te non gioco più

Doveva accadere. Non poteva certo durare per sempre: lui che mi guarda scuotendo la testa, la ricerca continua di una presa di corrente…

Così l’ho fatto. Ho disinstallato l’applicazione di Pokemon Go dal mio iPhone, dopo un appassionato mese condito da chilometri a piedi, incontri piacevoli e meno piacevoli, nuovi dettagli di città scoperti, ecc. ecc.

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Dell’agonia di Twitter e un po’ di malinconia

Ce lo siamo dette al telefono. Noi, che proprio grazie a Twitter ci siamo conosciute: “ti ricordi com’era? Ora non lo apro quasi più.”

Della crisi di Twitter, il social network che pareva destinato a rivoluzionare modi e tempi delle relazioni e dei rapporti, anche di forza, hanno scritto ormai in tanti. Stavo lì a scribacchiare, condividere, spiegare, domandare ormai da sei anni e più e poi d’improvviso, quasi senza accorgermene, ho a poco a poco quasi smesso.

C’è chi ha scritto che il problema sta nella piattaforma: non è riuscita, si dice, a diventare di massa, a rendersi usabile dall’utente medio, a fare il salto. Fosse solo così, mi dico io, non ne avvertirei la mancanza. Ritroverei in altro la soddisfazione dei miei interessi. In fondo i contatti, le amicizie, la rete partita da lì negli anni è diventata nel tempo parte della mia rubrica del telefono e a tanti username senza volto sono riuscita a darne uno, tra eventi, incontri e festival.

Ma Twitter permetteva (permette?) non solo di intrecciare relazioni capaci di trasformarsi in progetti, occasioni professionali, amicizie, ma anche di seguire le notizie del momento, carpirne le impressioni, condividere a propria volta. Bastava la mattina aprire la propria timeline per intuire tra le tendenze di cosa parlavano le prime pagine dei giornali in edicola, quando non addirittura prevedere di cosa avrebbero parlato il giorno dopo.

Era (è?) lo spazio dove poter accorciare tanti livelli di separazione: chiamare in causa i parlamentari e i rappresentanti politici che avevano il coraggio di starci, costruire storie capaci di influire il dibattito quotidiano se non addirittura qualche idea, era il posto dove commentare e condividere incontri pubblici seguiti dal vivo a chi in quel momento stava altrove.

Ma da un po’ la timeline la mattina mostra che un po’ di cose sono cambiate: bastano poche interazioni attorno ad un medesimo hashtag per mandarlo tra le tendenze e di profili rimasti attivi capaci di proporre cose davvero interessanti ne sono rimasti davvero pochi.

Pensavo, prima di leggere più di un articolo dedicato alla crisi di Twitter, che le mie fossero soltanto percezioni legate al trasloco, al vivere un territorio dove i numeri di twitteri sono davvero piccolissimi e pensavo che forse vivevo eventi, momenti, probabilmente poco interessanti al di fuori di qui, di essere io fuori fuoco rispetto alle cose importanti del momento. Che fossi io cambiata, rispetto a un mezzo immutato. Invece poi ecco che ho iniziato a fare qualche calcolo. Sei, sette anni sono tanti. Sono anni lunghi abbastanza per cambiare, di molto, tutti. E’ un periodo grande a sufficienza per mutare esigenze, modificare l’attualità dei temi, rendere cose che magari prima potevano essere urgenze di un collettivo ristretto, minoritarie anche a quel collettivo. O esigenze sconfitte in una battaglia mai affrontata.

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