Sul riso e sullo scrivere

E’ uscito su Vinix, un “social commerce” di vino e cibo,  un mio articolo sul riso, su come lo si può degustare e su come esiste un’associazione, Optimo Riso, che si impegna a capire dei chicchi qualcosa di più incontro dopo incontro!

Pensavo di aver perso per sempre l’ispirazione, ma scrivere è questione d’esercizio, un po’ come leggere.

I miei buoni propositi per il 2016 partono da qui: dall’impegno ad avere più libri aperti tra le mani a partire già da adesso e più mani impegnate a scrivere prima che la testa si dimentichi del tutto come si fa…

 

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La vita degli altri

Quando cambi città c’è un tempo indefinito in cui puoi scegliere: o impari a memoria le tue quattro mura o ti infili in mezzo alla vita degli altri. E ti senti un po’ come in quel film dove il protagonista ascolta le storie altrui, solo che gli altri in questo caso spesso ne sono consapevoli e, anzi, a volte ti fanno i riassunti.

Come lo capisci altrimenti un luogo?

Come la identifichi altrimenti una comunità?

A volte trovandomi ad assorbire le storie altrui mi sento un po’ ladra, per età o geografia. Chi sono io per meritare la tua storia? Forse lo capisci, tu, altro, che ne ho bisogno? O forse io servo a te per naturale e istintivo bisogno di collocare gli elementi estranei dalla parte della tua storia prima che ne prevalga in loro un’altra?

In questi giorni qualcuno in città si è indignato per alcuni nuovi parcheggi temporanei tracciati dal comune all’interno di un viale normalmente attraversabile solo a piedi o in bici. Ho dovuto leggere fior fior di interventi su Facebook per capire le ragioni dell’indignazione trascritta sui social. Quel pezzo di città per me brutto, tanto più adesso, con gli alberi spogli e i rami storpiati da anni di pessime potature che la sera o quando il cielo è grigio gridano vendetta, è per molti un luogo bello, un luogo legato ad un passato di giochi, uno spazio di loro storie per nulla scontate o ovvie a chi lo guarda in una qualsiasi giornata d’inverno. Lì dove la città ha inizio, subito dopo la stazione, per qualcuno le auto (o meglio, le strisce tracciate per terra) hanno rappresentato la bruttezza innestata in una bellezza provata, sedimentata, che in qualche modo appartiene al ricordo collettivo. Non conservata, forse (altrimenti passarci la sera sarebbe forse un’esperienza piacevole e in generale vederne una fotografia susciterebbe condivise emozioni positive), ma di certo presente in qualche frammento di memoria.

Per me che riesco a guardare quei parcheggi soltanto attraverso parametri molto più generali quelle strisce in terra blu rappresentano soltanto un tentativo di resistenza da parte di una categoria che continua a trovare fuori da sé la causa dei suoi guai – e per questo li accetto e li capisco come (insignificante) conseguenza del nostro tempo. Niente di indelebile ed eterno, niente di simbolico, per me, oltre al valore simbolico che ha il costante discutere di posti auto in quel di Vercelli (e se si parlasse ogni tanto di posti di lavoro anziché auto? I parcheggi, creati i primi, ho come l’impressione che si moltiplicherebbero).

E mentre rifletto su questa storia, o meglio, sul fatto che non riesco davvero a sentire e farmi coinvolgere dall’unica occasione di contestazione con tanto di evento artistico in programma da che sono qui, mi domando se vani sono stati gli sforzi di provare ad essere ramo d’innesto. O forse sono solo infinite le storie che ancora dovrò ascoltare? O forse dopo una certa età si è segnati per sempre dal bagaglio che ci si porta dietro da riuscire a capire solo in parte i luoghi nuovi?

[Qualche anno fa partecipai ad un incontro pubblico dove Gabriele Centazzo, imprenditore illuminato, all’epoca del racconto ancora a capo di Valcucine, aprì una riflessione sulle potature di comodo lungo i bordi delle strade e sulla bellezza che riparte anche dal riconoscere le forme della natura. E così mi sono resa conto che certe figure mostruose non è la natura a crearle, ma l’uomo che lascia fare all’uomo, perdendo di vista la bellezza. Poi ci si può anche arroccare tra miti del passato e ricordi, ma diventa sempre più difficile al resto del mondo capirli quando di loro si lascia che restino solo moncherini levati al cielo.]

“Dopo il fascismo, adesso tocca alla mafia”

La frase che ho scelto per il titolo di questo post (che rinvio da troppo tempo di scrivere) è di Franco La Torre, autore di un libro per me molto forte, come lo sono forse sempre i racconti scritti dai figli che portano sulle spalle il peso della storia dei propri padri.

Il libro è “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia” (ed. Melampo) e lo presenteremo sabato 21 novembre alle 10.30 presso la libreria S.Andrea di Vercelli con l’A.N.P.I., l’associazione nazionale partigiani d’Italia, di cui faccio -gioiosamente- parte. Franco La Torre, che tra le tante cose si occupa di Libera in Europa, ha accettato di venire a Vercelli facendoci, per me, un grande favore. Domani sera sarà infatti a Cuneo e nel pomeriggio di sabato sarà invece impegnato per un incontro a Novara: Vercelli si conferma, per fortuna, città di passaggio, da tanti punti vista.

All’evento parteciperanno anche alcune persone che fanno parte del Presidio Libera “Giuseppe Di Matteo” di Saluggia (VC), un territorio forse non solo vicino a dove le inchieste dimostrano che le attività criminose di stampo mafioso si sono ormai radicate “bene”. (Tra l’altro la sera del 21 novembre organizzeranno a Saluggia una cena per raccogliere fondi destinati a realizzare percorsi di legalità all’interno delle scuole del territorio.)

La storia di Pio La Torre è la storia di una vita attraversata in prima persona, in prima linea, dalle lotte a fianco dei braccianti agricoli della Sicilia del dopoguerra, alla lotta alla mafia, al No alla base NATO di Cosimo. Franco La Torre racconta tutto questo attraverso i suoi occhi di figlio, togliendosi anche, forse, qualche sassolino dalla scarpa rispetto a quanto vissuto dopo la morte del padre, ucciso dalla mafia nel 1992, lasciando tralasciare non poche critiche rispetto all’incapacità di una parte politica di volersi fare carico dell’eredità lasciata da suo padre e tanti altri. La cronaca porta facili esempi: da Mafia Capitale ai comuni sciolti per Mafia non mancano gli esempi di una classe politica che si fa complice e a volte cieca rispetto al malaffare.

C’è un passaggio in quel che scrive che mi ha colpito molto e che spiega anche molto bene perché la difesa della Costituzione oggi passa anche, assolutamente, dalla lotta alla mafia e all’educazione di ognuno di noi a rieducarsi continuamente alla legalità:

“Se penso alla nostra classe politica, in generale e al di là delle simpatie, mi domando: dopo trent’anni, come mai non è stata all’altezza della sfida? Perché non ha saputo opporre al sistema di potere politico-mafioso l’attuazione piena della Costituzione? Non ha compreso la vera posta in gioco: che a repentaglio non era la vita di persone oneste ma il destino di una nazione? Ha sottovalutato il pericolo o si è voltata dall’altra parte? Ha pensato che fosse possibile con chi fa carne di porco dei diritti democratici? Non ha proprio capito o ha fatto finta di non intendere? Ha compreso la drammaticità della situazione e non ha trovato la forza e il coraggio di reagire? Ha preferito partecipare al banchetto, facendo finta di essere lì per caso? Sono tutte domande alle quali vorrei rispondessero i protagonisti di questa lunga stagione politica, durata oltre trent’anni, durante i quali il nostro Paese è rimasto inchiodato, bloccato, impedito dalla palla al piede del malaffare, della corruzione, nutrito dalla peggiore cultura reazionaria, pronta a tutto pur di mantenere il suo. Un dubbio mi atterrisce: ne avranno il coraggio?

Ho fiducia invece in questa generazione di giovani, perché ha aperto gli occhi e ha scelto l’impegno e la responsabilità. Per me sono i nuovi partigiani, protagonisti di una lotta non violenta, che porteranno a termine la liberazione dell’Italia.

Dopo il fascismo, adesso tocca alla mafia.”

Tessere, mettere assieme cammini ed esperienze, consapevolezze, ideali, è un lavoro necessario per il compimento della nostra Costituzione.

E chissà che ci sia qualche giovane ad ascoltare. Perché di buona volontà ce ne sono tanti. Chissà che possano essere utili gli spunti di riflessione che arriveranno sabato…

Dell’agonia di Twitter e un po’ di malinconia

Ce lo siamo dette al telefono. Noi, che proprio grazie a Twitter ci siamo conosciute: “ti ricordi com’era? Ora non lo apro quasi più.”

Della crisi di Twitter, il social network che pareva destinato a rivoluzionare modi e tempi delle relazioni e dei rapporti, anche di forza, hanno scritto ormai in tanti. Stavo lì a scribacchiare, condividere, spiegare, domandare ormai da sei anni e più e poi d’improvviso, quasi senza accorgermene, ho a poco a poco quasi smesso.

C’è chi ha scritto che il problema sta nella piattaforma: non è riuscita, si dice, a diventare di massa, a rendersi usabile dall’utente medio, a fare il salto. Fosse solo così, mi dico io, non ne avvertirei la mancanza. Ritroverei in altro la soddisfazione dei miei interessi. In fondo i contatti, le amicizie, la rete partita da lì negli anni è diventata nel tempo parte della mia rubrica del telefono e a tanti username senza volto sono riuscita a darne uno, tra eventi, incontri e festival.

Ma Twitter permetteva (permette?) non solo di intrecciare relazioni capaci di trasformarsi in progetti, occasioni professionali, amicizie, ma anche di seguire le notizie del momento, carpirne le impressioni, condividere a propria volta. Bastava la mattina aprire la propria timeline per intuire tra le tendenze di cosa parlavano le prime pagine dei giornali in edicola, quando non addirittura prevedere di cosa avrebbero parlato il giorno dopo.

Era (è?) lo spazio dove poter accorciare tanti livelli di separazione: chiamare in causa i parlamentari e i rappresentanti politici che avevano il coraggio di starci, costruire storie capaci di influire il dibattito quotidiano se non addirittura qualche idea, era il posto dove commentare e condividere incontri pubblici seguiti dal vivo a chi in quel momento stava altrove.

Ma da un po’ la timeline la mattina mostra che un po’ di cose sono cambiate: bastano poche interazioni attorno ad un medesimo hashtag per mandarlo tra le tendenze e di profili rimasti attivi capaci di proporre cose davvero interessanti ne sono rimasti davvero pochi.

Pensavo, prima di leggere più di un articolo dedicato alla crisi di Twitter, che le mie fossero soltanto percezioni legate al trasloco, al vivere un territorio dove i numeri di twitteri sono davvero piccolissimi e pensavo che forse vivevo eventi, momenti, probabilmente poco interessanti al di fuori di qui, di essere io fuori fuoco rispetto alle cose importanti del momento. Che fossi io cambiata, rispetto a un mezzo immutato. Invece poi ecco che ho iniziato a fare qualche calcolo. Sei, sette anni sono tanti. Sono anni lunghi abbastanza per cambiare, di molto, tutti. E’ un periodo grande a sufficienza per mutare esigenze, modificare l’attualità dei temi, rendere cose che magari prima potevano essere urgenze di un collettivo ristretto, minoritarie anche a quel collettivo. O esigenze sconfitte in una battaglia mai affrontata.

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Il quaderno delle terre di Pordenone. Storie di luoghi e di cibo.

E’ cominciato tutto un bel po’ di tempo fa, con Elisabetta Michielin che scrive, contatta, coinvolge e colleziona “Ok!” strada facendo.Tra i 15 ok ricevuti c’era anche il mio: è nato così “Il quaderno delle terre di Pordenone. Storie di luoghi e di cibo” da poco stampato da Kellermann editore.

Ancora non l’ho preso in mano, ma Elisabetta lo ha prontamente postato su Instagram.

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Dimmi che credi al destino

Qualche settimana fa, andando da qualche parte, ho visto i portici della libreria Mondadori di Vercelli pieni di signore e ragazze in attesa. Mi sono avvicinata alla vetrina, ho letto la locandina e ho cercato un posticino dove sedermi.

Come perdersi una presentazione di Luca Bianchini? Come perdersi l’occasione di vederlo dal vivo?

Per un bel po’ di tempo la sua voce mi ha fatto compagnia ascoltando “Colazione da Tiffany” su Radio2. Mi sono accorta che mi mancava solo quando quella trasmissione è finita.

L’ho ritrovato poi nelle pagine di Vanity Fair (“Se vuoi fare politica leggiti ogni tanto Vanity Fair” mi consigliò un suo assiduo acquirente che all’epoca ne aveva tratto assai beneficio) ed era sempre lui, sulla carta come alla radio: nel suo piccolo un mix di coraggio, buon cuore e ottimismo.

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“Non ho che te”. Col cavolo.

Premessa: tra le tante cose di cui capisco poco, pochissimo, c’è la musica. Però le parole le capisco abbastanza. E nonostante la mia dichiarata ignoranza musicale ecco che ho pensato di condividere questa mia analisi perché magari parliamo di una canzone che ha ingannato non solo me.

La prima volta che ho ascoltato

“Non ho che te,
non ho che te,
che cosa ho fatto per meritarmi tanto.
Non ho che te,
non ho che te
ti chiedo scusa se non ti darò abbastanza,
ti chiedo scusa se ti chiederò pazienza”

mi son sentita, ecco, coinvolta. “Toh, ma vedi che bravo il Ligabue, una canzone che un po’ mi riguarda.” Così da brava disoccupata com’ero in quel momento l’ho fatta ascoltare al mio fidanzato.

“E’ una canzone tristissima” mi ha detto “Non è bella, è triste.

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Senza oneri per lo Stato

Credo di aver partecipato ad enne manifestazioni contro il finanziamento delle scuole private da ragazza. Poi uno dei miei riferimenti politici sul tema ha ricoperto il ruolo di Assessore regionale all’istruzione e ci ha spiegato che sì, poteva contenere i fondi da destinare alle scuole private paritarie, ma no, contrariamente a quanto avevamo per anni creduto, a quanto aveva per anni sostenuto, eliminare di punto in bianco i finanziamenti alle scuole private non lo poteva fare neppure lui.

“Ma come! E l’articolo 33 della Costituzione dove lo mettiamo? ...Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato…

Ma la Costituzione non è una raccolta di slogan.

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Gironzolando per Expo, a Milano, nel luglio del 2015

Ho passato una settimana ad Expo, a Milano, al padiglione di Slow Food durante la settimana più calda di questo caldo luglio 2015.

Il padiglione Slow Food sta proprio in fondo: per arrivarci, entrando dall’ingresso principale, occorre usare la navetta o percorrere tutta la strada principale, fino all’ultimo padiglione, fino alla fine dell’ombra. Basta avere il coraggio di fare quei 10 metri sotto il sole che scotta per arrivare al padiglione della chiocciola, ma diciamocelo, son 10 metri che non tutti hanno il coraggio dopo i 2 km passati tra un pezzo di mondo e l’altro.

Ma io ci ho visto arrivare in 5 giorni: una ragazza giovanissima che cura la pagina Facebook di Slow Food Cina, un signore che fu tra i primi iscritti di Slow Food USA, un paio di ragazze statunitensi che portano avanti progetti per aiutare i bambini denutriti che vivono nel loro Paese ed erano alla ricerca di nuove idee. Ho sentito le storie di due ragazzi che hanno trasformato un allevamento intensivo di suini in un’azienda agricola diversificata fuori Milano, quella di quattro ragazzi che si sono messi a coltivare oltre venti varietà di patate in Valle d’Aosta, quella di un gruppo di maturandi di Fermo che ha studiato un sistema per creare una sorta di spettro sensoriale della mela rosa dei Monti Sibillini, presidio Slow Food, per identificarne le caratteristiche peculiari rispetto alle mele più comuni e un ragazzo australiano che, trovata la sua vocazione lavorativa in quel di Pavia ha dato voce alla storia del salame dell’Oltrepò Pavese.

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Il fattore francobollo

Alle 18.30 di un pomeriggio d’estate sono andata all’Ufficio Postale per comprare cinquanta francobolli. Sapevo da una precedente esperienza o forse, più probabilmente, da una storia origliata, che alle Poste si può “ormai” pagare tutto con il bancomat o la carta di credito, ma non si possono pagare i francobolli. A Pordenone esiste (o forse esisteva) uno specifico sportello filatelico aperto solo al mattino, ma non avendolo individuato in quel di Vercelli mi sono detta che forse, dei francobolli normali, di serie, si potessero trovare ad ogni ora.

Avrei dovuto andare subito da un tabacchino ma “chissà” mi sono detta “se di questi tempi tengono ancora i fogli di francobolli o ne hanno solo qualcuno”.

Alle Poste l’impiegata allo sportello mi ha confermato che si possono pagare soltanto in contanti e che

“Lo sportello filatelico è chiuso al pomeriggio.”

Esiste anche a Vercelli insomma, che io l’abbia visto o meno.

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