Il fattore francobollo

Alle 18.30 di un pomeriggio d’estate sono andata all’Ufficio Postale per comprare cinquanta francobolli. Sapevo da una precedente esperienza o forse, più probabilmente, da una storia origliata, che alle Poste si può “ormai” pagare tutto con il bancomat o la carta di credito, ma non si possono pagare i francobolli. A Pordenone esiste (o forse esisteva) uno specifico sportello filatelico aperto solo al mattino, ma non avendolo individuato in quel di Vercelli mi sono detta che forse, dei francobolli normali, di serie, si potessero trovare ad ogni ora.

Avrei dovuto andare subito da un tabacchino ma “chissà” mi sono detta “se di questi tempi tengono ancora i fogli di francobolli o ne hanno solo qualcuno”.

Alle Poste l’impiegata allo sportello mi ha confermato che si possono pagare soltanto in contanti e che

“Lo sportello filatelico è chiuso al pomeriggio.”

Esiste anche a Vercelli insomma, che io l’abbia visto o meno.

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Tentativi di Resistenza

Siccome oggi faceva davvero troppo caldo ho infilato le ciabatte e mi sono rifugiata all’ANPI. La sede dell’ANPI a Vercelli è un posto umido, un po’ gelato d’inverno, ma decisamente ottimo d’estate: con la finestra aperta ad asciugare un po’ la stanza si è creato un microclima perfetto.

Sì, bisogna dirlo: evviva i muri dei palazzi antichi e un po’ decadenti capaci di garantire la sopravvivenza in condizioni di reale necessità.

All’ANPI in fondo c’è quasi sempre qualcosa da fare: per un po’ di mesi mi sono occupata di digitalizzare l’elenco degli iscritti, poi si è trattato di dare una mano alla raccolta dell’elenco dei partigiani ancora in vita e oggi abbiamo condiviso la risposta positiva del Comune per poter procedere alla ristrutturazione di una lapide che ricorda una partigiana caduta in città. Una ditta che si occupa di marmi si è offerta di sostenere il restauro dopo che un giornalista locale ne aveva evidenziati evidenti problemi di conservazione, ma mancava l’autorizzazione finale arrivata oggi per procedere. La memoria non solo ha bisogno di studio e lettura, ma anche di cura costante e attenzione di tutti e questa piccola storia è uno di quegli esempi belli che fanno brillare questa città di un po’ di luce speciale. Continua a leggere

il gatto venuto dal cielo - takashi

Se un gatto venisse dal cielo

“Chibi aveva tutto il pelo dritto, tanto che sembrava le fosse cresciuta una pinna dorsale sulla schiena. La coda era gonfia come quella di un procione.”

C’è un gatto davvero, una micina per la precisione, ne “Il gatto venuto dal cielo” di Hiraide Takashi (ed. Einaudi), un libro di cui non si può dire niente, perché qualsiasi cosa è un po’ troppo e si rischierebbe forse di rompere quella sensazione lì, che vibra dentro a chi legge avendo vissuto una storia di gatti almeno una volta nella vita.

Non so come ci riesce Takashi. Sembra non raccontare niente, descrivere un sacco e poi ti ritrovi in poche pagine a sentire benissimo quel che capita all’io narrante.

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Il numero zero dell’anno perso

Questa mattina sono andata in edicola per il numero 1 dell’anno 2015 de L’Unità.

C’entrerà poco con l’idea che mi è venuta di riaprire un blog, dopo migliaia di post scritti e poi lasciati letteralmente perdere, di appiccicarci sopra il mio nome e cognome, ma un poco c’entra.

Così ecco qui il post zero di un anno un po’ indeterminato. Magari mi passa subito la voglia di scrivere.

Magari no.