Gironzolando per Expo, a Milano, nel luglio del 2015

Ho passato una settimana ad Expo, a Milano, al padiglione di Slow Food durante la settimana più calda di questo caldo luglio 2015.

Il padiglione Slow Food sta proprio in fondo: per arrivarci, entrando dall’ingresso principale, occorre usare la navetta o percorrere tutta la strada principale, fino all’ultimo padiglione, fino alla fine dell’ombra. Basta avere il coraggio di fare quei 10 metri sotto il sole che scotta per arrivare al padiglione della chiocciola, ma diciamocelo, son 10 metri che non tutti hanno il coraggio dopo i 2 km passati tra un pezzo di mondo e l’altro.

Ma io ci ho visto arrivare in 5 giorni: una ragazza giovanissima che cura la pagina Facebook di Slow Food Cina, un signore che fu tra i primi iscritti di Slow Food USA, un paio di ragazze statunitensi che portano avanti progetti per aiutare i bambini denutriti che vivono nel loro Paese ed erano alla ricerca di nuove idee. Ho sentito le storie di due ragazzi che hanno trasformato un allevamento intensivo di suini in un’azienda agricola diversificata fuori Milano, quella di quattro ragazzi che si sono messi a coltivare oltre venti varietà di patate in Valle d’Aosta, quella di un gruppo di maturandi di Fermo che ha studiato un sistema per creare una sorta di spettro sensoriale della mela rosa dei Monti Sibillini, presidio Slow Food, per identificarne le caratteristiche peculiari rispetto alle mele più comuni e un ragazzo australiano che, trovata la sua vocazione lavorativa in quel di Pavia ha dato voce alla storia del salame dell’Oltrepò Pavese.

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