I costi collettivi dell’ignoranza

Da un paio d’anni ho una piccola collaborazione con l’Università di Trento. Seguo i canali social di un interessantissimo progetto dedicato al Centenario della Prima Guerra Mondiale. Si chiama La Grande Guerra +100 ed è un calendario digitale che ogni mese affronta un tema legato all’evolversi del conflitto bellico. Vi contribuiscono ogni mese ricercatori non solo italiani ed ogni episodio è approfondito attraverso l’uso di infografiche, raccolte di fotografie, articoli di approfondimento, biografie di personaggi che in qualche modo hanno avuto un ruolo all’epoca del conflitto, testimonianze. Sono le testimonianze la parte che ogni mese mi tocca di più: racconti talvolta davvero strazianti, desolanti, di soldati e testimoni di una guerra che di grande ha avuto solo l’orrore.

[Chissà se ricorderei qualcosa in più se avessi studiato storia in questo modo al liceo. Se avessi letto il racconto di chi c’era avrei dimenticato la Battaglia delle Somme? Chissà se a scuola me ne hanno poi mai parlato.]

Ma questa è solo una piccola premessa alla storia che vi voglio andare a raccontare. Premessa che vuole soltanto sottolineare come mai questa vicenda mi sta sempre più a cuore. Vicenda che però, prima richiede un’altra piccola premessa.
Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati dalla volontà di ricordare la memoria dei caduti (circa 650 mila i soldati italiani, quasi altrettanti i civili), ed è all’interno di questa dinamica che vennero realizzati monumenti, lapidi e i Parchi e Viali della Rimembranza.

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Storie dall’anno nuovo

Col passare del tempo l’inizio dell’anno nuovo mi carica sempre più di buoni propositi.

E così, nell’ottica che “quel che fai a Capodanno poi lo fai tutto l’anno” il primo gennaio del 2017 mi sono armata di buona volontà per andare a camminare: “10.000 passi oggi, chissà che mi istighino a 10.000 passi anche domani” mi son detta e così, dato il buongiorno a Marito, bardata come un orso polare, sono uscita a dare il mio buongiorno anche ad una città silenziosa e deserta come solo il primo dell’anno può ancora essere alle nove del mattino. Incontro un signore con il cane, lo sorpasso, ammiro le foglie coperte di brina, cerco di convincermi che non è stata poi una così pessima idea.

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La vita degli altri

Quando cambi città c’è un tempo indefinito in cui puoi scegliere: o impari a memoria le tue quattro mura o ti infili in mezzo alla vita degli altri. E ti senti un po’ come in quel film dove il protagonista ascolta le storie altrui, solo che gli altri in questo caso spesso ne sono consapevoli e, anzi, a volte ti fanno i riassunti.

Come lo capisci altrimenti un luogo?

Come la identifichi altrimenti una comunità?

A volte trovandomi ad assorbire le storie altrui mi sento un po’ ladra, per età o geografia. Chi sono io per meritare la tua storia? Forse lo capisci, tu, altro, che ne ho bisogno? O forse io servo a te per naturale e istintivo bisogno di collocare gli elementi estranei dalla parte della tua storia prima che ne prevalga in loro un’altra?

In questi giorni qualcuno in città si è indignato per alcuni nuovi parcheggi temporanei tracciati dal comune all’interno di un viale normalmente attraversabile solo a piedi o in bici. Ho dovuto leggere fior fior di interventi su Facebook per capire le ragioni dell’indignazione trascritta sui social. Quel pezzo di città per me brutto, tanto più adesso, con gli alberi spogli e i rami storpiati da anni di pessime potature che la sera o quando il cielo è grigio gridano vendetta, è per molti un luogo bello, un luogo legato ad un passato di giochi, uno spazio di loro storie per nulla scontate o ovvie a chi lo guarda in una qualsiasi giornata d’inverno. Lì dove la città ha inizio, subito dopo la stazione, per qualcuno le auto (o meglio, le strisce tracciate per terra) hanno rappresentato la bruttezza innestata in una bellezza provata, sedimentata, che in qualche modo appartiene al ricordo collettivo. Non conservata, forse (altrimenti passarci la sera sarebbe forse un’esperienza piacevole e in generale vederne una fotografia susciterebbe condivise emozioni positive), ma di certo presente in qualche frammento di memoria.

Per me che riesco a guardare quei parcheggi soltanto attraverso parametri molto più generali quelle strisce in terra blu rappresentano soltanto un tentativo di resistenza da parte di una categoria che continua a trovare fuori da sé la causa dei suoi guai – e per questo li accetto e li capisco come (insignificante) conseguenza del nostro tempo. Niente di indelebile ed eterno, niente di simbolico, per me, oltre al valore simbolico che ha il costante discutere di posti auto in quel di Vercelli (e se si parlasse ogni tanto di posti di lavoro anziché auto? I parcheggi, creati i primi, ho come l’impressione che si moltiplicherebbero).

E mentre rifletto su questa storia, o meglio, sul fatto che non riesco davvero a sentire e farmi coinvolgere dall’unica occasione di contestazione con tanto di evento artistico in programma da che sono qui, mi domando se vani sono stati gli sforzi di provare ad essere ramo d’innesto. O forse sono solo infinite le storie che ancora dovrò ascoltare? O forse dopo una certa età si è segnati per sempre dal bagaglio che ci si porta dietro da riuscire a capire solo in parte i luoghi nuovi?

[Qualche anno fa partecipai ad un incontro pubblico dove Gabriele Centazzo, imprenditore illuminato, all’epoca del racconto ancora a capo di Valcucine, aprì una riflessione sulle potature di comodo lungo i bordi delle strade e sulla bellezza che riparte anche dal riconoscere le forme della natura. E così mi sono resa conto che certe figure mostruose non è la natura a crearle, ma l’uomo che lascia fare all’uomo, perdendo di vista la bellezza. Poi ci si può anche arroccare tra miti del passato e ricordi, ma diventa sempre più difficile al resto del mondo capirli quando di loro si lascia che restino solo moncherini levati al cielo.]

“Dopo il fascismo, adesso tocca alla mafia”

La frase che ho scelto per il titolo di questo post (che rinvio da troppo tempo di scrivere) è di Franco La Torre, autore di un libro per me molto forte, come lo sono forse sempre i racconti scritti dai figli che portano sulle spalle il peso della storia dei propri padri.

Il libro è “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia” (ed. Melampo) e lo presenteremo sabato 21 novembre alle 10.30 presso la libreria S.Andrea di Vercelli con l’A.N.P.I., l’associazione nazionale partigiani d’Italia, di cui faccio -gioiosamente- parte. Franco La Torre, che tra le tante cose si occupa di Libera in Europa, ha accettato di venire a Vercelli facendoci, per me, un grande favore. Domani sera sarà infatti a Cuneo e nel pomeriggio di sabato sarà invece impegnato per un incontro a Novara: Vercelli si conferma, per fortuna, città di passaggio, da tanti punti vista.

All’evento parteciperanno anche alcune persone che fanno parte del Presidio Libera “Giuseppe Di Matteo” di Saluggia (VC), un territorio forse non solo vicino a dove le inchieste dimostrano che le attività criminose di stampo mafioso si sono ormai radicate “bene”. (Tra l’altro la sera del 21 novembre organizzeranno a Saluggia una cena per raccogliere fondi destinati a realizzare percorsi di legalità all’interno delle scuole del territorio.)

La storia di Pio La Torre è la storia di una vita attraversata in prima persona, in prima linea, dalle lotte a fianco dei braccianti agricoli della Sicilia del dopoguerra, alla lotta alla mafia, al No alla base NATO di Cosimo. Franco La Torre racconta tutto questo attraverso i suoi occhi di figlio, togliendosi anche, forse, qualche sassolino dalla scarpa rispetto a quanto vissuto dopo la morte del padre, ucciso dalla mafia nel 1992, lasciando tralasciare non poche critiche rispetto all’incapacità di una parte politica di volersi fare carico dell’eredità lasciata da suo padre e tanti altri. La cronaca porta facili esempi: da Mafia Capitale ai comuni sciolti per Mafia non mancano gli esempi di una classe politica che si fa complice e a volte cieca rispetto al malaffare.

C’è un passaggio in quel che scrive che mi ha colpito molto e che spiega anche molto bene perché la difesa della Costituzione oggi passa anche, assolutamente, dalla lotta alla mafia e all’educazione di ognuno di noi a rieducarsi continuamente alla legalità:

“Se penso alla nostra classe politica, in generale e al di là delle simpatie, mi domando: dopo trent’anni, come mai non è stata all’altezza della sfida? Perché non ha saputo opporre al sistema di potere politico-mafioso l’attuazione piena della Costituzione? Non ha compreso la vera posta in gioco: che a repentaglio non era la vita di persone oneste ma il destino di una nazione? Ha sottovalutato il pericolo o si è voltata dall’altra parte? Ha pensato che fosse possibile con chi fa carne di porco dei diritti democratici? Non ha proprio capito o ha fatto finta di non intendere? Ha compreso la drammaticità della situazione e non ha trovato la forza e il coraggio di reagire? Ha preferito partecipare al banchetto, facendo finta di essere lì per caso? Sono tutte domande alle quali vorrei rispondessero i protagonisti di questa lunga stagione politica, durata oltre trent’anni, durante i quali il nostro Paese è rimasto inchiodato, bloccato, impedito dalla palla al piede del malaffare, della corruzione, nutrito dalla peggiore cultura reazionaria, pronta a tutto pur di mantenere il suo. Un dubbio mi atterrisce: ne avranno il coraggio?

Ho fiducia invece in questa generazione di giovani, perché ha aperto gli occhi e ha scelto l’impegno e la responsabilità. Per me sono i nuovi partigiani, protagonisti di una lotta non violenta, che porteranno a termine la liberazione dell’Italia.

Dopo il fascismo, adesso tocca alla mafia.”

Tessere, mettere assieme cammini ed esperienze, consapevolezze, ideali, è un lavoro necessario per il compimento della nostra Costituzione.

E chissà che ci sia qualche giovane ad ascoltare. Perché di buona volontà ce ne sono tanti. Chissà che possano essere utili gli spunti di riflessione che arriveranno sabato…

Il fattore francobollo

Alle 18.30 di un pomeriggio d’estate sono andata all’Ufficio Postale per comprare cinquanta francobolli. Sapevo da una precedente esperienza o forse, più probabilmente, da una storia origliata, che alle Poste si può “ormai” pagare tutto con il bancomat o la carta di credito, ma non si possono pagare i francobolli. A Pordenone esiste (o forse esisteva) uno specifico sportello filatelico aperto solo al mattino, ma non avendolo individuato in quel di Vercelli mi sono detta che forse, dei francobolli normali, di serie, si potessero trovare ad ogni ora.

Avrei dovuto andare subito da un tabacchino ma “chissà” mi sono detta “se di questi tempi tengono ancora i fogli di francobolli o ne hanno solo qualcuno”.

Alle Poste l’impiegata allo sportello mi ha confermato che si possono pagare soltanto in contanti e che

“Lo sportello filatelico è chiuso al pomeriggio.”

Esiste anche a Vercelli insomma, che io l’abbia visto o meno.

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Tentativi di Resistenza

Siccome oggi faceva davvero troppo caldo ho infilato le ciabatte e mi sono rifugiata all’ANPI. La sede dell’ANPI a Vercelli è un posto umido, un po’ gelato d’inverno, ma decisamente ottimo d’estate: con la finestra aperta ad asciugare un po’ la stanza si è creato un microclima perfetto.

Sì, bisogna dirlo: evviva i muri dei palazzi antichi e un po’ decadenti capaci di garantire la sopravvivenza in condizioni di reale necessità.

All’ANPI in fondo c’è quasi sempre qualcosa da fare: per un po’ di mesi mi sono occupata di digitalizzare l’elenco degli iscritti, poi si è trattato di dare una mano alla raccolta dell’elenco dei partigiani ancora in vita e oggi abbiamo condiviso la risposta positiva del Comune per poter procedere alla ristrutturazione di una lapide che ricorda una partigiana caduta in città. Una ditta che si occupa di marmi si è offerta di sostenere il restauro dopo che un giornalista locale ne aveva evidenziati evidenti problemi di conservazione, ma mancava l’autorizzazione finale arrivata oggi per procedere. La memoria non solo ha bisogno di studio e lettura, ma anche di cura costante e attenzione di tutti e questa piccola storia è uno di quegli esempi belli che fanno brillare questa città di un po’ di luce speciale. Continua a leggere