Di quella volta che ho scritto un libro

È uscito da poco, pochissimo, è piccolo e pieno di colori. E c’è il mio nome sopra. Una piccola emozione.

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Come fare… la riparazione dei computer” edito da Gruppo Editoriale Simone per la collana “Come fare” è un libro che comincia la sua storia un po’ di tempo fa: ero da poco arrivata a Vercelli quando Michele Pasino mi coinvolse nell’idea di scrivere un piccolo manuale per aiutare le persone a riparare da sole il proprio computer nella speranza di aiutarle ad essere un pochino più autosufficienti da tecnici, nipoti e cugini.

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Gilgi, una di noi

Il primo libro che leggo ogni anno è da un po’, come per tradizione, qualcosa di arrivato sotto l’albero. Quasi sempre qualche titolo inaspettato.

Ed è stato del tutto inaspettata la storia e l’evolversi di questoGilgi, una di noi” (L’Orma editore) scritto da Irmgard Keun negli anni ’30 e ambientato nella Germania di quel tempo.

All’epoca il libro venne bruciato, ma non prima di ricevere un grosso consenso in tutta Europa, tanto da venir pubblicato, censurato, anche nell’Italia fascista.

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Storie dall’anno nuovo

Col passare del tempo l’inizio dell’anno nuovo mi carica sempre più di buoni propositi.

E così, nell’ottica che “quel che fai a Capodanno poi lo fai tutto l’anno” il primo gennaio del 2017 mi sono armata di buona volontà per andare a camminare: “10.000 passi oggi, chissà che mi istighino a 10.000 passi anche domani” mi son detta e così, dato il buongiorno a Marito, bardata come un orso polare, sono uscita a dare il mio buongiorno anche ad una città silenziosa e deserta come solo il primo dell’anno può ancora essere alle nove del mattino. Incontro un signore con il cane, lo sorpasso, ammiro le foglie coperte di brina, cerco di convincermi che non è stata poi una così pessima idea.

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I Pokemon, la serendipità, le storie

Mi è tornata voglia di scrivere. E sì, diamo pure la colpa ai Pokemon.

Perché quando cerchi qualcosa da raccontare e niente ti sembra ne valga abbastanza la pena, anche i Pokemon possono tornare buoni a portare un po’ di serendipità e a farti trovare cose inattese.

Perché in fondo è anche per catturare qualche Pokemon che oggi sono andata a fare colazione in corso Fiume, da Lesca, camminando per non sentirmi in colpa per quella deliziosa brioche, ed è per scappare da un grosso ragazzone in piazza Pajetta che, accortosi del mio tentativo di conquistare la “sua” palestra Pokemon, ha iniziato ad inseguirmi apostrofandomi in malo modo, che mi sono infilata tra le bancarelle del Barlafus, il mercantino dell’antiquariato e delle cose vecchie di Vercelli. E così, approfittando del fatto che ero sola, con marito in montagna e poca fretta di ritrovarmi a camminare per strade poco frequentate, mi sono fermata in una di quelle bancarelle piene di libri datati.

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Della memoria e della politica

La primavera è per me ogni anno il tempo del respiro. Respiro tutta l’aria che posso e corro senza correre, dietro ad eventi che si susseguono, spesso rendendomi colpevole del loro capitare. Ma è il momento in cui l’aria è più bella, in cui è maggiore la voglia di uscire, in cui i buoni propositi si riescono a tirare fuori dalle tasche e si provano a mettere in atto. In piazza quando occorre. E ogni tanto sì, occorre.

Così il 19 marzo assieme a Tiziana, Claudio e a varie associazioni di Vercelli abbiamo letto sotto i portici del municipio di Vercelli un po’ di storie di vittime innocenti delle mafie. Lo abbiamo fatto in preparazione del 21 marzo, la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie che Libera porta avanti ormai da anni, lavorandoci per un bel po’ di ore del nostro tempo libero, andando a caccia di materiali, contatti, trasformando in azione il nostro bisogno di condividere un atto di memoria.

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prediche inutili luigi einaudi

Quando traslocare, in Italia, era vietato

Mi è capitato tra le mani in questi giorni Prediche inutili, una raccolta di saggi e testi scritti da Luigi Einaudi, pubblicato nel 1959. In questo libro Einaudi racconta un po’ di tutto con gli occhi sul presente del suo tempo e questo rende molte delle 400 pagine, per me, lettrice random, una sorta di scatola magica di informazioni da approfondire.

C’è un Italia di cui non avevo mai sentito raccontare in quelle pagine e son dovuta ricorrere  agli archivi storici della Camera per capirne qualcosa di più.

Fino al 1961 erano in vigore in Italia due leggi, una del 1931 e una del 1939, che facevano sì non si potesse prendere la residenza né iscriversi all’ufficio di collocamento nel comune desiderato. Occorreva dimostrare di possedere un’occupazione stabile nel comune ove si intendeva andare a vivere per potervici trasferire: no, negli anni ’50 la stabilità occupazionale non era affatto una cosa normale e il “posto fisso” neppure.

A leggere di queste leggi e delle conseguenze che ebbero su migliaia di italiani nel secondo Dopoguerra, mi è sembrato di capire un po’ meglio la lentezza e la cecità con cui si vive il tema delle migrazioni oggi in Europa.

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Sul riso e sullo scrivere

E’ uscito su Vinix, un “social commerce” di vino e cibo,  un mio articolo sul riso, su come lo si può degustare e su come esiste un’associazione, Optimo Riso, che si impegna a capire dei chicchi qualcosa di più incontro dopo incontro!

Pensavo di aver perso per sempre l’ispirazione, ma scrivere è questione d’esercizio, un po’ come leggere.

I miei buoni propositi per il 2016 partono da qui: dall’impegno ad avere più libri aperti tra le mani a partire già da adesso e più mani impegnate a scrivere prima che la testa si dimentichi del tutto come si fa…

 

La vita degli altri

Quando cambi città c’è un tempo indefinito in cui puoi scegliere: o impari a memoria le tue quattro mura o ti infili in mezzo alla vita degli altri. E ti senti un po’ come in quel film dove il protagonista ascolta le storie altrui, solo che gli altri in questo caso spesso ne sono consapevoli e, anzi, a volte ti fanno i riassunti.

Come lo capisci altrimenti un luogo?

Come la identifichi altrimenti una comunità?

A volte trovandomi ad assorbire le storie altrui mi sento un po’ ladra, per età o geografia. Chi sono io per meritare la tua storia? Forse lo capisci, tu, altro, che ne ho bisogno? O forse io servo a te per naturale e istintivo bisogno di collocare gli elementi estranei dalla parte della tua storia prima che ne prevalga in loro un’altra?

In questi giorni qualcuno in città si è indignato per alcuni nuovi parcheggi temporanei tracciati dal comune all’interno di un viale normalmente attraversabile solo a piedi o in bici. Ho dovuto leggere fior fior di interventi su Facebook per capire le ragioni dell’indignazione trascritta sui social. Quel pezzo di città per me brutto, tanto più adesso, con gli alberi spogli e i rami storpiati da anni di pessime potature che la sera o quando il cielo è grigio gridano vendetta, è per molti un luogo bello, un luogo legato ad un passato di giochi, uno spazio di loro storie per nulla scontate o ovvie a chi lo guarda in una qualsiasi giornata d’inverno. Lì dove la città ha inizio, subito dopo la stazione, per qualcuno le auto (o meglio, le strisce tracciate per terra) hanno rappresentato la bruttezza innestata in una bellezza provata, sedimentata, che in qualche modo appartiene al ricordo collettivo. Non conservata, forse (altrimenti passarci la sera sarebbe forse un’esperienza piacevole e in generale vederne una fotografia susciterebbe condivise emozioni positive), ma di certo presente in qualche frammento di memoria.

Per me che riesco a guardare quei parcheggi soltanto attraverso parametri molto più generali quelle strisce in terra blu rappresentano soltanto un tentativo di resistenza da parte di una categoria che continua a trovare fuori da sé la causa dei suoi guai – e per questo li accetto e li capisco come (insignificante) conseguenza del nostro tempo. Niente di indelebile ed eterno, niente di simbolico, per me, oltre al valore simbolico che ha il costante discutere di posti auto in quel di Vercelli (e se si parlasse ogni tanto di posti di lavoro anziché auto? I parcheggi, creati i primi, ho come l’impressione che si moltiplicherebbero).

E mentre rifletto su questa storia, o meglio, sul fatto che non riesco davvero a sentire e farmi coinvolgere dall’unica occasione di contestazione con tanto di evento artistico in programma da che sono qui, mi domando se vani sono stati gli sforzi di provare ad essere ramo d’innesto. O forse sono solo infinite le storie che ancora dovrò ascoltare? O forse dopo una certa età si è segnati per sempre dal bagaglio che ci si porta dietro da riuscire a capire solo in parte i luoghi nuovi?

[Qualche anno fa partecipai ad un incontro pubblico dove Gabriele Centazzo, imprenditore illuminato, all’epoca del racconto ancora a capo di Valcucine, aprì una riflessione sulle potature di comodo lungo i bordi delle strade e sulla bellezza che riparte anche dal riconoscere le forme della natura. E così mi sono resa conto che certe figure mostruose non è la natura a crearle, ma l’uomo che lascia fare all’uomo, perdendo di vista la bellezza. Poi ci si può anche arroccare tra miti del passato e ricordi, ma diventa sempre più difficile al resto del mondo capirli quando di loro si lascia che restino solo moncherini levati al cielo.]

“Dopo il fascismo, adesso tocca alla mafia”

La frase che ho scelto per il titolo di questo post (che rinvio da troppo tempo di scrivere) è di Franco La Torre, autore di un libro per me molto forte, come lo sono forse sempre i racconti scritti dai figli che portano sulle spalle il peso della storia dei propri padri.

Il libro è “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia” (ed. Melampo) e lo presenteremo sabato 21 novembre alle 10.30 presso la libreria S.Andrea di Vercelli con l’A.N.P.I., l’associazione nazionale partigiani d’Italia, di cui faccio -gioiosamente- parte. Franco La Torre, che tra le tante cose si occupa di Libera in Europa, ha accettato di venire a Vercelli facendoci, per me, un grande favore. Domani sera sarà infatti a Cuneo e nel pomeriggio di sabato sarà invece impegnato per un incontro a Novara: Vercelli si conferma, per fortuna, città di passaggio, da tanti punti vista.

All’evento parteciperanno anche alcune persone che fanno parte del Presidio Libera “Giuseppe Di Matteo” di Saluggia (VC), un territorio forse non solo vicino a dove le inchieste dimostrano che le attività criminose di stampo mafioso si sono ormai radicate “bene”. (Tra l’altro la sera del 21 novembre organizzeranno a Saluggia una cena per raccogliere fondi destinati a realizzare percorsi di legalità all’interno delle scuole del territorio.)

La storia di Pio La Torre è la storia di una vita attraversata in prima persona, in prima linea, dalle lotte a fianco dei braccianti agricoli della Sicilia del dopoguerra, alla lotta alla mafia, al No alla base NATO di Cosimo. Franco La Torre racconta tutto questo attraverso i suoi occhi di figlio, togliendosi anche, forse, qualche sassolino dalla scarpa rispetto a quanto vissuto dopo la morte del padre, ucciso dalla mafia nel 1992, lasciando tralasciare non poche critiche rispetto all’incapacità di una parte politica di volersi fare carico dell’eredità lasciata da suo padre e tanti altri. La cronaca porta facili esempi: da Mafia Capitale ai comuni sciolti per Mafia non mancano gli esempi di una classe politica che si fa complice e a volte cieca rispetto al malaffare.

C’è un passaggio in quel che scrive che mi ha colpito molto e che spiega anche molto bene perché la difesa della Costituzione oggi passa anche, assolutamente, dalla lotta alla mafia e all’educazione di ognuno di noi a rieducarsi continuamente alla legalità:

“Se penso alla nostra classe politica, in generale e al di là delle simpatie, mi domando: dopo trent’anni, come mai non è stata all’altezza della sfida? Perché non ha saputo opporre al sistema di potere politico-mafioso l’attuazione piena della Costituzione? Non ha compreso la vera posta in gioco: che a repentaglio non era la vita di persone oneste ma il destino di una nazione? Ha sottovalutato il pericolo o si è voltata dall’altra parte? Ha pensato che fosse possibile con chi fa carne di porco dei diritti democratici? Non ha proprio capito o ha fatto finta di non intendere? Ha compreso la drammaticità della situazione e non ha trovato la forza e il coraggio di reagire? Ha preferito partecipare al banchetto, facendo finta di essere lì per caso? Sono tutte domande alle quali vorrei rispondessero i protagonisti di questa lunga stagione politica, durata oltre trent’anni, durante i quali il nostro Paese è rimasto inchiodato, bloccato, impedito dalla palla al piede del malaffare, della corruzione, nutrito dalla peggiore cultura reazionaria, pronta a tutto pur di mantenere il suo. Un dubbio mi atterrisce: ne avranno il coraggio?

Ho fiducia invece in questa generazione di giovani, perché ha aperto gli occhi e ha scelto l’impegno e la responsabilità. Per me sono i nuovi partigiani, protagonisti di una lotta non violenta, che porteranno a termine la liberazione dell’Italia.

Dopo il fascismo, adesso tocca alla mafia.”

Tessere, mettere assieme cammini ed esperienze, consapevolezze, ideali, è un lavoro necessario per il compimento della nostra Costituzione.

E chissà che ci sia qualche giovane ad ascoltare. Perché di buona volontà ce ne sono tanti. Chissà che possano essere utili gli spunti di riflessione che arriveranno sabato…