il gatto venuto dal cielo - takashi

Se un gatto venisse dal cielo

“Chibi aveva tutto il pelo dritto, tanto che sembrava le fosse cresciuta una pinna dorsale sulla schiena. La coda era gonfia come quella di un procione.”

C’è un gatto davvero, una micina per la precisione, ne “Il gatto venuto dal cielo” di Hiraide Takashi (ed. Einaudi), un libro di cui non si può dire niente, perché qualsiasi cosa è un po’ troppo e si rischierebbe forse di rompere quella sensazione lì, che vibra dentro a chi legge avendo vissuto una storia di gatti almeno una volta nella vita.

Non so come ci riesce Takashi. Sembra non raccontare niente, descrivere un sacco e poi ti ritrovi in poche pagine a sentire benissimo quel che capita all’io narrante.

[Ti ritrovi lì a sperare che dall’uscio faccia capolino una micina e un po’ ti dispiace non aver ancora fatto visita a Baffi e Code, alla ricerca di una coda da procione, e ti viene da sperare arrivi presto l’autunno per portare a casa qualcuno a cui far conquistare il divano e usare le sedie della sala su cui non siede mai nessuno.

No, non sarebbe poi come un gatto venuto dal cielo. E forse per questo un anno è quasi passato rimandandone la ricerca.]

A pensarci bene è un romanzo che parla anche un po’ delle scelte che si fanno e di quelle che capitano senza troppo cercarle. E forse mi è sembrato vicino anche per quello.

“Era l’epoca in cui avevamo finalmente trovato un nuovo posto dove stare.”

[E forse anche perché la mia epoca è questa, l’ho capito benissimo.]

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