“Non ho che te”. Col cavolo.

Premessa: tra le tante cose di cui capisco poco, pochissimo, c’è la musica. Però le parole le capisco abbastanza. E nonostante la mia dichiarata ignoranza musicale ecco che ho pensato di condividere questa mia analisi perché magari parliamo di una canzone che ha ingannato non solo me.

La prima volta che ho ascoltato

“Non ho che te,
non ho che te,
che cosa ho fatto per meritarmi tanto.
Non ho che te,
non ho che te
ti chiedo scusa se non ti darò abbastanza,
ti chiedo scusa se ti chiederò pazienza”

mi son sentita, ecco, coinvolta. “Toh, ma vedi che bravo il Ligabue, una canzone che un po’ mi riguarda.” Così da brava disoccupata com’ero in quel momento l’ho fatta ascoltare al mio fidanzato.

“E’ una canzone tristissima” mi ha detto “Non è bella, è triste.

E allora ecco che ho sentito vacillare il convincimento del primo ascolto. Com’è che a me pareva invece una canzone bella e speranzosa da regalare ai giorni d’oggi?

E’ passato qualche giorno, ho avuto del lavoro da fare e ho cominciato ad ascoltare per caso tutti i giorni quella canzone alla stessa radio, alla stessa ora, per almeno un paio di settimane. E allora ho capito che quella canzone che a me pareva una bella pacca sulle spalle a chi non se la sta passando bene affatto, di speranza non ne offriva un briciolo, anzi.

Già, perché al povero protagonista del brano che si trova a casa senza lavoro non viene data una minima via di fuga:

“E si è spostata sempre un po’ più avanti la pensione,
ma quello adesso è l’ultimo pensiero”

Quindi no, non approfittiamo della situazione per sfogarci con lo Stato almeno per la pensione che si allontana. “Tanto chissà se arriva” pensa probabilmente la maggioranza dei fan di Ligabue, la maggioranza dei miei coetanei.

“In banca son gentili, ma non ti danno niente,
la stessa gentilezza del serpente”

E cosa vuoi farci con le banche? Son gentili in fondo, loro son così, si sa…

“Il sindacato chiede un’altra mobilitazione
per quelli che ci sono ancora dentro”

Un chiaro invito a starsene alla finestra, altro che manifestazioni, meglio stare a casa frustrati scaricando tutte le responsabilità alla propria dolce metà che si sente all’infinito ripetere “Non ho che te”. E in quel “per quelli che ci sono ancora dentro” la leggo solo io la critica alle organizzazioni sindacali? Critica senza alternativa alcuna per altro, anzi. A quanto pare è meglio flagellarsi a son di

“volevo darti tutto ciò che avrei dovuto
volevo darti tutto ciò che avrei voluto”

Sono versi che sottolineano uno stato di fallimento di incerta ragione: cos’è il dovuto e il voluto che l’assenza di lavoro produce? Non pare esserci spazio alcuno all’uomo incapace di provvedere economicamente all’altra metà, altro che speranza, altro che alternativa alla depressione.

“L’altro giorno ho visto il titolare,
aveva gli occhi gonfi, la giacca da stirare.
Mi ha visto, si è girato, stava male,
aveva gli occhi vuoti, la barba da rifare.”

Il nostro povero disoccupato, che non se la può prendere con lo Stato, non se la può prendere con le banche, fa parte di una storia in cui è più facile entrare in empatia, comprendere e giustificare il datore di lavoro, che il povero licenziato che a questo punto quasi sembra voler abbracciare colui che ha chiuso l’ingresso principale del suo posto di lavoro, di certo non sembra potersela prendere neppure con lui.

Così ecco che il povero dipendente licenziato altro non ha da fare che resistere ai pensieri neri, visto che non se la può prendere con nessuno:

“vedessi dove arrivano i pensieri di qualcuno
vedessi amore come fan spavento”

E allora ecco che alla fine di quest’analisi fatta a spanne mi accorgo che questa di Ligabue è proprio una brutta canzone. E’ brutta per il tipo di rapporto di coppia che racconta e che in un qualche modo (ri)afferma, è brutta per la solitudine che accentua mostrando come vicenda inevitabilmente solitaria un accadimento collettivo (e sì, è vero che quando si resta senza lavoro ci si sente proprio delle schifezze, ma è anche vero che oggi come oggi la consapevolezza di non essere soli può avere spazio, prendere voce, sostenere), è triste perché non si schiera in nessun modo e non offre la benché minima salvezza, neppure la più effimera, e destina tutto ad un rapporto di coppia un po’ malato, di dipendenza.

Le canzoni ci mettono poco a diventare slogan, a disegnare un mondo. E mentre penso alle facce degli amici che gli azionisti di Ideal Standard hanno lasciato a casa a centinaia un po’ di mesi fa senza versare una lacrima, beh, qualche perplessità sulle scelte che si fanno nel raccontare le storie un po’ mi viene.

Tanto più se penso che da questo brano con il quale in tanti proveranno, come ho provato io, ad entrare in connessione, ecco che Ligabue ci guadagna senza sporcarsi molto, anzi, non sporcandosi per nulla, non esponendosi più di tanto, camuffando un brano senza impegno con quel pizzico di ritmo popolare che invece attira l’orecchio di chi ama i testi impegnati, evitando che arrivi anche solo mezza riga di consolazione a chi ne avrebbe invece un po’ bisogno.

Ecco, adesso qualcuno vorrà dirmi che questa è una canzone volutamente triste. Perché vera, sincera, reale. Perché davvero qualcuno può arrivare a dire “Non ho che te”. Beh, col cavolo che la somma dei racconti stereotipati sulla crisi è reale.

Poi, per carità, io di musica non ci capisco niente. Ascolto poche cose e sempre quelle. Magari adesso la moda è questa. Speriamo solo che si fermi qui.

[E per chi non avesse mai sentito questo brano che invade le radio, beh, c’è YouTube.]

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