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Dimmi che credi al destino

Qualche settimana fa, andando da qualche parte, ho visto i portici della libreria Mondadori di Vercelli pieni di signore e ragazze in attesa. Mi sono avvicinata alla vetrina, ho letto la locandina e ho cercato un posticino dove sedermi.

Come perdersi una presentazione di Luca Bianchini? Come perdersi l’occasione di vederlo dal vivo?

Per un bel po’ di tempo la sua voce mi ha fatto compagnia ascoltando “Colazione da Tiffany” su Radio2. Mi sono accorta che mi mancava solo quando quella trasmissione è finita.

L’ho ritrovato poi nelle pagine di Vanity Fair (“Se vuoi fare politica leggiti ogni tanto Vanity Fair” mi consigliò un suo assiduo acquirente che all’epoca ne aveva tratto assai beneficio) ed era sempre lui, sulla carta come alla radio: nel suo piccolo un mix di coraggio, buon cuore e ottimismo.

E quando ha iniziato a parlare, in piedi, sotto i portici della libreria Mondadori di Vercelli, mi sono accorta che era così come alla radio, così come sulla carta, un personaggio di generosa semplicità.

[“Che vai pensando? Costoro, costoro sono tutti attori.” Potrebbe anche essere vero, ma potrebbe essere anche il contrario e potendo scegliere preferisco il contrario.]

La vulgata vuole che comprare un libro non sia mai una cattiva azione e così qualche giorno dopo, ispirata dall’idea di ritrovare nella carta il racconto di un gatto inventato e di una signora falsamente allergica per attirare su di sé le cure dei camerieri al ristorante, son tornata in libreria per prendere “Dimmi che credi al destino” (ed. Mondadori).

Mentre lo leggevo, con una fretta che non riesce a capitarmi da un po’, mi sono sentita pienamente parte di quella schiera di signore, in prevalenza, più o meno giovani che in quel pomeriggio di qualche settimana fa aspettava trepidante l’arrivo di Luca Bianchini: lettrici beatamente lasciate trasognare, appagate da un bel lieto fine, accompagnate nel caldo estivo da una penna che sa essere simpatica, ma anche dura dove serve.

Quando in libreria provi a chiedere un libro così non c’è (spesso?) libraio che sappia risponderti come si deve. Ci prova, talvolta consigliandoti quel che si sta vendendo di più e che presumibilmente risponde a queste attese, talvolta guardandoti storcendo il naso e non trovando linee di continuità tra quel che chiedi e quel che di solito compri senza chiedere.

Eppure tra i libri da treno, libri da estate, libri da evasione coi piedi per terra c’è spazio per ripensare alle cose che non vanno e a vederle con il passo giusto, c’è il tempo per distrarre i muscoli, addormentarsi, riprendere il filo perduto.

Chissà perché non lo si ritiene un bisogno da corrispondere gioiosamente, al pari del momento in cui si fruga tra gli scaffali alla ricerca di quel saggio intonso e lì in attesa di un acquirente dal 1894.

In fondo, dice l’Istat, nonostante le Cinquanta sfumature, gli e-book scaricati in maniera illecita e gli allegati alle riviste è calato il numero dei lettori e solo il 41,4% della popolazione di età maggiore ai 6 anni ha letto almeno un libro nel 2013 rispetto al 43% del 2014.

Facilitare l’occasione di incrociare pagine da sogno, serenità, sorriso non sarebbe poi una cattiva azione, tanto più quando l’impressione è di trovarsi circondati da autori dediti al dramma.

Così mi vien da dire grazie a Luca Bianchini per le ore di divertente leggerezza e grazie al destino che mi ha fatto passare tra i portici della libreria Mondadori al momento giusto, il giorno giusto.

P.S.: A settembre Bianchini sarà Pordenone, ospite di Pordenonelegge, il festival del libro con gli autori, un festival sempre bello. Davvero.

 

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