Della memoria e della politica

La primavera è per me ogni anno il tempo del respiro. Respiro tutta l’aria che posso e corro senza correre, dietro ad eventi che si susseguono, spesso rendendomi colpevole del loro capitare. Ma è il momento in cui l’aria è più bella, in cui è maggiore la voglia di uscire, in cui i buoni propositi si riescono a tirare fuori dalle tasche e si provano a mettere in atto. In piazza quando occorre. E ogni tanto sì, occorre.

Così il 19 marzo assieme a Tiziana, Claudio e a varie associazioni di Vercelli abbiamo letto sotto i portici del municipio di Vercelli un po’ di storie di vittime innocenti delle mafie. Lo abbiamo fatto in preparazione del 21 marzo, la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie che Libera porta avanti ormai da anni, lavorandoci per un bel po’ di ore del nostro tempo libero, andando a caccia di materiali, contatti, trasformando in azione il nostro bisogno di condividere un atto di memoria.

Dietro a quelli che sono in fondo stati semplici tre quarti d’ora di letture ci sono state mail, caffè, telefonate, chiacchiere, ricerca. Ho conosciuto persone nuove, ci siamo dette che possiamo andare avanti e fare poi anche altro, ho approfondito le attività che sta portando avanti Libera, ho letto e riletto pagine di testimonianze.

Ricordare comporta una serie di gesti, tra cui il tentativo non sempre facile di costruire connessione con chi si ricorda. L’alternativa all’atto del ricordare purtroppo non è neutra: è la perdita di memoria. Di tutto, non solo delle biografie, ma anche del loro senso collettivo.

Da qualche settimana sono stata eletta presidente dell’ANPI Città di Vercelli, “giusto in tempo” per i preparativi del 25 aprile, la Festa della Liberazione. Sembrerebbe una cosa da poco, un procedere scontato nel tempo, ma non è poi scontato che così sia, specie quando ti ritrovi a doverti raccomandare che tutto il possibile sia fatto perché sia Festa davvero in una città di cui non hai ancora tutte le coordinate, i tuoi predecessori non ci sono più e persino il fiorista che si occupava delle corone è andato in pensione. [Per fortuna c’è Sandra Ranghino che tenta di ricucire ogni giorno qualcuno dei pezzi che mi mancano.]

E anche se fondamentalmente poche sono le cose da fare per una cerimonia mediamente consolidata nel tempo, dove c’è l’impegno di tanti soggetti, dalle associazioni combattentistiche alla Prefettura, qualcosa da fare c’è stato e c’è comunque. Trovare chi fa cosa per il pezzettino che ci compete, chi suona, chi parla, preparare parole, costruire racconti, tiene l’ansia appesa alla gola. Perché ricordare anche in questo caso comporta una serie di atti, che si fanno via via più faticosi a mano a mano che il ricordo si fa più flebile e pare aver perso punti nella sua scala di valori, pare aver perso peso all’interno del senso comune. Eppure mentre cerchi, mentre chiedi, mentre leggi in qualche modo solleciti, raccogli domande, sorrisi, consensi, numeri di telefono, idee. Scopri che il senso, l’importanza, il valore del 25 aprile risiede ancora tra tanti, magari soltanto affaticati da mille altre cose. Così ecco che quell’atto di memoria che hai bisogno sia compiuto si costruisce anche nei pezzi messi assieme strada facendo e della commemorazione come rito trovi il senso a mano a mano che procede il cammino assieme a compagni di strada che ci mettono la loro volontà, il loro impegno.

Scegliere cosa ricordare, quando, contribuire a rendere il ricordo esercizio pubblico, condiviso, capace di infilarsi sotto pelle tra le persone, almeno per qualche mese, almeno fino a nuova occasione, fino a qualche anno fa pensavo fosse un’esercizio di stile rispetto alle mie posizioni politiche.

Era un po’ come se stare in piazza il 25 aprile fosse mio dovere, da antifascista.

E invece a mano a mano che le primavere passano mi pare di uscirne con qualcosa di nuovo ogni volta. Mi sembra di capire meglio il senso delle storie sentite raccontare enne mila volte, mi sembra di sentire più pesante e colpevole l’insieme delle mie (nostre?) mancanze rispetto alle tante eredità ideali e culturali che questo Paese hanno reso democratico prima, resistente poi alle forze contrarie del tempo.

È un po’ come se stare in piazza il 25 aprile mi rendesse antifascista un po’ più consapevole ogni volta. È un po’ come se ascoltare ogni anno il 21 marzo i nomi delle oltre 800 vittime innocenti delle mafie, andarne a spulciare le storie, mi rendesse ogni anno un pezzettino più consapevole di cosa serva a contrastare le mafie.

Sentire, elaborare, preservare e di conseguenza agire verso il prossimo, la propria collettività di appartenenza, il proprio Paese non è compito che si delega a chi siede in Consiglio Comunale, Regionale, Parlamento. Non spetta alla rappresentanza politica definire i contenuti della politica. E penso che questo ce lo siamo un po’ dimenticati (o non l’abbiamo in larga parte mai imparato) come cittadini, popolo, individui.

Così, mentre langue la fantasia, esercitare il ricordo, tramandare la memoria, serve. Fintanto che non si saranno imparati modi diversi, trovate strade nuove, costruiti conflitti altri, salite davvero le spalle dei giganti giusti.

(Il fiorista andato in pensione da ancora una mano al ragazzo che ha preso in mano l’attività. Ha un grosso quaderno dei ricordi. Anche per quest’anno fiori e corone andranno dove devono andare. E le lapidi dei caduti della Resistenza da ripulire, oggi che non ci sono più quelli che le incisero all’epoca, hanno trovato nuovi sostenitori.)

 

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