Di quando un anno fa decidevo di tornare all’università

Un anno fa, giorno più giorno meno, mi sono rimessa a studiare.

Occorreva fare un colloquio d’ammissione per iscriversi alla laurea magistrale a cui avevo puntato e mi son detta “Bene. Se riesco a leggere i tre testi previsti dal programma, se riesco a capirci qualcosa, se riesco ad essere sufficientemente convincente coi docenti a colloquio, ecco, allora mi iscrivo.”

Avevo all’epoca un contratto di lavoro part time a tempo indeterminato -mi occupavo di comunicazione nel settore dell’automotive – di cui percepivo, in ogni caso, prossima la fine: certo, non sapevo la fine si sarebbe manifestata proprio di lì a 2 mesi, ma l’esperienza mi insegnava che era bene non farsi trovare impreparati. Perché succede così quando si perde un lavoro: ci si ritrova impreparati, anche quando si tratta di un contratto a tempo determinato. Impreparati a gestire il proprio tempo, le proprie paure, ci si ritrova a farsi andar bene qualsiasi cosa, a ritenere il meglio per sé ormai impossibile.

Tanto valeva cominciare a lavorare per rafforzare quel che faccio con interesse da un po’ di anni – occuparmi di comunicazione – in un ambiente che amo (sì, alla faccia di chi ne parla con rabbia) e di cui almeno conosco le dinamiche – la politica. E il corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Pubblica e Politica di UniTo mi pareva quello giusto.

Ma non ti bastava leggere qualche libro?” dirà qualcuno. Beh, no. Mi serviva -mi serve- la fatica dello studio serio e del confronto. E no, non mi bastavano più gli aperitivi a questo o quest’altro evento per fare public relations, o i momenti formativi più dediti al mutuo incensamento che all’effettiva utilità.

Sentivo la necessità di una diversa conoscenza. Di basi un po’ più solide. Sentivo che avevo poi anche bisogno di un titolo di studio diverso e che la Laurea in Ingegneria Elettronica dopo 10 anni aveva fatto il suo corso. La sentivo -la sento- come un utilissimo pezzo di me, ma non come un buon biglietto da visita di me, del mio saper fare, del mio voler fare. E così mi sono rimessa sui libri, quelli della foto qui sopra. (Che poi un giorno qualcuno mi spiegherà in base a quale presupposto si è ciò che si è studiato e per quale legge di natura quell’etichetta va tenuta addosso all’infinito.)

Mi è bastato leggere in uno di quei testi che la “pubblicità subliminale”, concetto nato nel 1957, non è mai stata in realtà scientificamente dimostrata come efficace e scoprire che i risultati dei test condotti all’epoca erano stati truccati – cosa nota già ai tempi – per rendermi conto che probabilmente di un sacco di altre cose avevo ricevuto nozioni un po’ spannate.

E così, impreparata quanto basta, ma con i miei 3 libri letti, ho rimesso piede all’università a 37 anni e ho passato il mio test (“Vabbé, ma lo passeranno tutti“. Forse sì, ma avevo bisogno di guardarmi intorno, di valutarmi, di misurarmi col luogo). Un anno dopo mi ritrovo con 6 esami sostenuti su 7 e una media che ai tempi in cui studiavo ingegneria neppure mi sognavo.

Certo, ho potuto seguire pochissime lezioni, ma quelle poche sono state ossigeno per la mia mente, davvero. Tanto più che concluso quel contratto di cui sopra ne ho iniziato un altro come supplente di matematica prima e di informatica poi: riuscire di tanto in tanto a scappare dai manuali di C++, dai consigli di classe e dai compiti da correggere è stata una salvezza.

[Sì, una salvezza. Studiare è stato dallo studio una salvezza.]

Ma soprattutto continua ad essere bello stare immersi qualche ora ogni tanto in qualcosa che appassiona. Un privilegio che dovrebbe essere concesso a tutti, al di là del “ma di questa laurea poi cosa te ne fai?“, una sorta di diritto a vivere il presente alla ricerca di un momento di autentica soddisfazione nel mettere uno a fianco all’altro piccoli pezzi utili a interpretare il mondo.

Mi sono ritrovata a dire un sacco di volte “Ah, ecco perché!” rispetto a dinamiche che conoscevo soltanto dal punto di vista pratico e tante cose mi sono state utili a comprendere errori e imprecisioni nel lavoro mio e degli altri. [E sembrerà impossibile alla vulgata comune che un corso di laurea in comunicazione serva a leggere i fenomeni attorno a noi, ma invece serve eccome.]

Tanto -penso di esserne la testimone vivente- non c’è laurea che tenga se poi dietro non c’è anche un po’ di passione, la capacità di relazionarsi con la società, la voglia di fare qualcosa al di là del portafoglio. Ed è forse qualcosa che, purtroppo, ho visto nessuno dice -ancora- mai ai ragazzi che terminano le scuole superiori, infarciti nel 2017 degli stessi luoghi comuni del 1998, l’anno della mia maturità, come se il mondo non fosse cambiato, l’Italia non avesse attraversato alcuna crisi, l’economia fosse ancora esattamente la stessa e destinata ad essere tale.

Così intanto anche se ancora non so cosa farò a settembre (salvo esserci ad un’altra splendida edizione di pordenonelegge), so che Analisi dei media mi aspetta.

Lo so che in questo post non c’è nessuna storia di successo, nessuna patente di genialità, nessuna riga capace di suscitare invidia alcuna nel lettore, e non ci sono nemmeno più di tanto polemiche, ma non voleva essere niente di tutto questo. Voleva essere soltanto un racconto sul fatto che ogni tanto ci si può mettere di buona lena e provare ad essere artefici del proprio destino. E già provarci è bello.

P.S.: Tra l’altro codesta laurea prevede un tirocinio:  riuscirà la nostra eroina a trovarne uno bello davvero? (O un lavoro altamente compatibile con un tirocinio in codesto percorso di studi da valere come tirocinio?)

P.S.2: Comunque il Campus Einaudi di Torino è bellissimo. E da lì andare poi a Porta Nuova a piedi passando sotto la Mole è meraviglia ogni volta.

 

 

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